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Nell’era dei social media e delle condivisioni multimediali, conoscere il fenomeno del freebooting rappresenta il primo passo verso la tutela dei propri contenuti digitali.
Immagina di pubblicare online un tuo contenuto, realizzato dopo ore e ore di studio e fatica. Un utente “scarica” il tuo lavoro, elimina gli elementi che lo riconducono a te e fa un re-upload sulla sua pagina social, prendendosi la maggior parte dei meriti.
Sai cos’è successo? Sei appena stato vittima di un freebooter, un “saccheggiatore” di contenuti multimediali sul web. Ma ora approfondiamo questa triste pratica e capiamo meglio cos’è il freebooting e come tutelarsi online.

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Freebooting: cos’è e come funziona

La migliore definizione di freebooting la troviamo su Urban Dictionary, un vocabolario di termini gergali molto frequentato dagli internauti, e possiamo riassumerla così:

“l’atto di pubblicare contenuti online di altre persone su un proprio spazio web, senza il permesso del creatore del contenuto e a vantaggio del proprio tornaconto personale”.

Il termine freebooting appare per la prima volta in un testo della letteratura inglese di fine ‘800, riferito alla pratica della pirateria marittima del Nord Europa. Non è un caso, infatti, che questa parola sia stata rispolverata per definire la scorretta pratica del furto di opere multimediali online.

 

Youtuber VS Freebooter

Accertato quindi che non si tratta di un neologismo, la paternità dell’utilizzo in chiave moderna della parola va comunque attribuita a Brady Haran, un regista australiano conosciuto per i suoi documentari e per i suoi canali YouTube. Ma perché proprio uno youtuber?
La risposta è semplice: i video che troviamo su YouTube sono i contenuti multimediali maggiormente soggetti a freebooting. I proprietari dei canali YouTube non possono dormire sonni tranquilli senza prendere le dovute precauzioni per tutelarsi dai furti online. Infatti, gli youtubers sono senza dubbio i content creators più saccheggiati del web! Continua a leggere l’articolo e scoprirai che esistono dei modi per tutelarsi online.

 

YouTube VS Facebook

Esiste quindi una forte connessione tra il fenomeno del freebooting e YouTube, ma a questi due si aggiunge un terzo attore: Facebook. Uno studio condotto da Ogilvy e Tubular Labs ha prodotto un interessante report secondo il quale, nel primo trimestre del 2015, dei 1000 video più popolari di Facebook addirittura 725 erano re-upload di video “presi” da altre piattaforme. Quante visualizzazioni hanno ottenuto questi video su FB? La bellezza di 17 miliardi. Tutte views sottratte ai reali proprietari dei contenuti, spesso ignari dell’accaduto fino all’eventuale segnalazione da parte di qualche utente.

A portare alla luce tutto questo è stato anche un altro youtuber, Destin Sandlin, gestore del canale “Smarter Every Day”: un suo video è stato prelevato dal suo canale Youtube e caricato “nativamente” su Facebook, dove ha ricevuto molte più visualizzazioni rispetto al suo canale e senza nessun riferimento all’autore. Questo è diventato un caso emblematico in quanto il freebooter responsabile non è stato un piccolo utente a caccia di like, bensì una grossa media company.

 

Freebooting e re-upload dei video su Facebook

Cosa significa “caricare nativamente un video su Facebook“? Il modo naturale con il quale pubblichiamo un video su Facebook avviene attraverso il tasto “Condividi” da YouTube. Una volta fatto questo, sulla piattaforma di Mark Zuckerberg troveremo il video originale e, cliccando sul post, apriremo il video atterrando sul canale dell’autore. Praticamente Facebook ingloba il video di YouTube tramite un link, vedremo così la pubblicità ad inizio video, che è il modo con il quale l’autore “monetizza” il lavoro svolto, YouTube conteggerà una “view” dopo circa 30 secondi di visualizzazione del contenuto e l’autore otterrà il giusto riconoscimento.

freebooting e facebook

Tuttavia, Facebook è in grado di ospitare anche contenuti caricati direttamente sulla sua piattaforma, cioè appunto nativamente, così da trattenere l’utente sul social e mostrargli le sue inserzioni. Fin qui niente di strano, questo è il modello di business dell’azienda di Menlo Park ma anche di altri social network. Il problema si pone quando un malintenzionato, come appunto un freebooter, preleva un video da altre piattaforme social e ne effettua il re-upload su Facebook, dove è frequente il fenomeno della viralità, gli utenti sono più numerosi e si ottengono più facilmente like, visualizzazioni e condivisioni.

Vediamo ora cosa risulta dal monitoraggio dei video ri-caricati nativamente su Facebook:

 

Visualizzazioni ed Engagement

Le visualizzazioni di un video su Facebook vengono conteggiate dopo soli 3 secondi, anche se la riproduzione avviene senza audio, in modalità auto-play. Quindi come interpretare l’imponente numero di video-views vantate dal social? La visualizzazione può essere attribuita anche se l’utente scorre lentamente la pagina, quindi anche senza prestare minimamente attenzione al contenuto. Di contro, i dati relativi all’engagement mostrano numeri molto bassi: al 90% degli utenti viene attribuita la visualizzazione del video, ma solo il 20% di essi lo sta guardando davvero. Per fare un paragone con YouTube, dove la partecipazione nella consumazione di un contenuto video è maggiore, la view viene considerata dopo circa 30 secondi, quando l’utente dimostra di provare reale interesse.

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News Feed ricco di video non originali

Stando al già citato report pubblicato da Ogilvy e Tubular Labs, la maggior parte dei video caricati in modo nativo su Facebook sono prelevati da altre piattaforme. Questo terrorizza fortemente i produttori di contenuti perché, nel momento stesso in cui pubblicano un video sul proprio canale YouTube, rischiano di vanificare il proprio lavoro a causa del possibile saccheggio da parte di un freebooter.

L’azienda Facebook è corsa ai ripari, valutando possibili interventi per risolvere il problema. Presa di posizione doverosa per contrastare la pratica del freebooting, anche perché nonostante questo triste fenomeno porti risultati in termini di visualizzazioni, non avere sufficiente considerazione nei confronti dei content creators può portare altrettante grane, come per esempio la disaffezione di questi ultimi nei confronti della piattaforma che ospita i contenuti di loro proprietà.

Tuttavia è bene precisare che il freebooting non è una pratica contro la quale siamo totalmente disarmati, ci sono infatti degli accorgimenti che si possono adottare per tutelarsi online.

 

Come difendersi dal freebooting

Quali sono i vantaggi che ottiene un freebooter? Likes, commenti, condivisioni e nuovi followers, sfruttando il lavoro altrui e la velocità di diffusione dei video su Facebook. A quanto pare, qualcuno ha costruito la propria presenza online unicamente attraverso il freebooting, ottenendo un notevole seguito e monetizzando grazie ad esso. Ma quali sono invece le responsabilità legali di chi lo pratica? Il saccheggiatore può essere perseguito penalmente per violazione del diritto d’autore, un istituto giuridico che difende le cosiddette “opere dell’ingegno”. Ricordalo…prima di scaricare foto da Google o altri siti per fare marketing online!

C’è un però: prima di vedersi riconoscere la proprietà di un contenuto (attraverso un avvocato o le procedure offerte dalle varie piattaforme), il freebooting ti avrà già portato via parecchie visualizzazioni e, contestualmente, il meritato guadagno per il tuo lavoro. Meglio quindi iniziare a tutelarsi adottando metodi preventivi.

freebooting come tutelarsi online

 

Watermark contro i freebooter

Un metodo per “firmare” il proprio contenuto può essere rappresentato dall’apposizione di un watermark. Si tratta praticamente di una filigrana elettronica che, se inserita in un file multimediale, dà un’idea di chi sia il legittimo proprietario dello stesso. Qualche freebooter tenta di scagionarsi dalle sue malefatte citando l’autore del contenuto tra i commenti o nella descrizione del re-upload del video, questo rimane tuttavia un tentativo maldestro e comunque poco etico, perché difficilmente gli utenti che lo hanno visualizzato poi si interessano al suo vero realizzatore. Per questo ti consiglio il watermark…ma stai attento: chi è dedito al freebooting e ne ha fatto uno stile di vita, potrebbe trovare un modo per rimuoverlo.

 

Watermark di YouTube

freebooting come tutelarsiAnche YouTube, la piattaforma di contenuti maggiormente soggetta a freebooting, non poteva non offrire un aiuto ai suoi content creators. Come? Dando la possibilità di inserire una filigrana di branding ai file multimediali direttamente dalle impostazioni, all’interno del canale. Nella sezione “Branding” del proprio canale, è possibile aggiungere un’immagine di almeno 150×150 pixel e massimo 1 MB di peso: questa sarà il tuo watermark che potrai mostrare per tutta la durata del contenuto, solo alla fine o in un momento specifico da te indicato. La filigrana risulta inoltre cliccabile, in modo che attraverso quest’ultima un utente possa iscriversi al tuo canale. Per informazioni più specifiche, la Guida di YouTube offre un breve tutorial per darti una mano.

 

Content ID di YouTube

C’è un’altra arma che la piattaforma video di proprietà di Google utilizza per difendere il diritto d’autore dei propri iscritti: si chiama Content ID.
Possiamo definire questo sistema come un “rilevatore di Copyright”, più specifico per le tracce audio, perché esamina tutti i contenuti alla ricerca di video che contengano musica coperta da diritto d’autore. Un utente carica un file digitale che contiene un brano di tua proprietà? Content ID lo scova e ti avvisa. A questo punto, il proprietario dei diritti ha tre possibilità:

  • inserire una pubblicità all’interno del video e monetizzare;
  • lasciare il video ma far togliere l’Ad che fa guadagnare chi ha copiato il contenuto;
  • far rimuovere il video.

YouTube ammette in Content ID solo i titolari di copyright che rispondono a “criteri specifici”, quindi, se vuoi entrare a farne parte verifica qui di avere tutti i requisiti e compila il modulo che ti viene proposto.

 

Facebook contro il freebooting

Cosa offre il gigante di Menlo Park per tutelarsi online dal freebooting?
Esiste una sezione all’interno del Centro Assistenza della piattaforma che tratta in maniera dettagliata il tema della proprietà intellettuale e del diritto d’autore in difesa delle opere dell’ingegno. Qui viene offerto un modulo che si invita a compilare nell’eventualità che un proprio contenuto sia stato copiato. Viene suggerito prima di tutto di contattare il freebooter con una mail per risolvere l’inconveniente con le buone e, in caso di mancata risposta, di procedere alla compilazione del contact form messo a disposizione dal social. Infine, se il colpevole non collabora, Facebook rimuove il video.

freebooting e youtube

Nel frattempo però, spesso il contenuto saccheggiato ha già ottenuto l’effetto virale generando views e altre reazioni, mentre la piattaforma ha già monetizzato attraverso le inserzioni.
In questo caso, secondo lo youtuber Destin Sandlin sarebbe corretto definire un sistema che permetta all’autore del contenuto di monetizzare dal file multimediale che gli è stato rubato, e in questo Facebook dovrebbe essere complice dei content creators che continuamente subiscono il freebooting. A dire il vero, Facebook sta già testando questo meccanismo di ricompensa e, inoltre, sta studiando nuovi e più sofisticati meccanismi di controllo. Come però dichiarano i vertici dell’azienda, la strada da fare è ancora lunga.

 

Consigli finali per difendersi dal freebooting

C’è un’altra cattiva notizia: come forse avrai già notato, nella barra di ricerca di Facebook non è possibile cercare un video, quindi trovare un proprio contenuto rubato rappresenta un caso del tutto fortuito. Ma c’è qualcuno che può arrivare in soccorso di chi è stato saccheggiato: chi può aiutare un content creator a difendersi dal freebooting sei proprio tu!
Come suggeriscono gli stessi youtuber che, meglio di chiunque altro, sanno cosa significa il freebooting, ogni volta che visualizzi un contenuto rubato ricordati la “regola delle 3 C” (catturare, commentare, contattare) e fai queste tre cose:

  • fai uno screenshot o un video-screen del contenuto per documentare il fatto;
  • posta un commento al video, informando che si tratta di un caso di freebooting e incollando il link che rimanda al contenuto originale;
  • contatta il content creator, fornendogli le prove del furto subito e il link al contenuto rubato. Questo perché solo il proprietario del file multimediale originale può contattare l’assistenza di Facebook o intraprendere altre azioni legali.

Spero di averti fornito tutte le informazioni sul freebooting e, nel caso tu fossi un content creator, di averti dato qualche dritta su come tutelarti online. Buon lavoro e… attento ai freebooter!

 

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